 ... passando per R come "responsabile dell'area tecnica", T come "tessera del tifoso", e giù fino alla Z. Qualche riflessione sul Cesena, sul calcio e su passato, presente e futuro aiutandoci con le lettere dell’alfabeto. Un abbecedario bianconero.
A come serie A. L’ultimo gol nella massima serie, di Silas, nell’1-1 di un Cesena-Genoa il 21 aprile 1991. L’ultima partita il 26 maggio dello stesso anno: Cesena-Fiorentina 0-4. Chiusura al penultimo posto. Dietro, di un punto, il solo Bologna. Da allora tanti campionati di B – unica scintilla: lo spareggio promozione perso a Cremona contro il Padova – e un lento declino nel gioco, nella mentalità, nella personalità, nelle ambizioni sportive, fino alla prima retrocessione in C del giugno 1997, all’andirivieni di allenatori, ai dieci anni di altalena fra B e C, al cambio di proprietà del 2008 che ha messo fine, dopo 45 anni, all’era della famiglia Manuzzi-Lugaresi.
B come Bisoli. Si presentò a Foligno dicendo: “Essere qui per me è come essere al Real Madrid”. Si presentò a Cesena dicendo: “Essere qui per me è come essere al Real Madrid”. Si presenterà a Cagliari dicendo: “Essere qui per me è come essere al Real Madrid”. Cosa dirà, al momento della presentazione, se un giorno dovesse capitargli di allenare il Real – o peggio, che il cielo gli risparmi una gaffe, il Barcellona? Gran lavoratore, gran trascinatore, abile ad accentrare su di sé l’attenzione quale leader assoluto della squadra e a garantirsi la stima della curva, prodigo di interviste a giornali e tivù, è stato l’allenatore più mediatico, più primadonna mai avuto a Cesena. La cavalcata dalla C alla A rimarrà nella storia bianconera e ormai in Romagna nulla poteva illuminare ancora di più la sua stella. Questo, stando alle dichiarazioni ufficiali, il motivo per cui è andato via. Si è assunto infatti la responsabilità dell’addio affermando di aver dato tutto e di non avere più stimoli.
C come Campedelli. Del trio dirigenziale – il Buono, il Brutto, il Cattivo – è il Buono, ma non solo per l’aria da bravo ragazzo. Con sincera preoccupazione, o perfido compiacimento, a volte pare che si sottintenda con quel “buono” un’onestà quasi naïf, un carattere molle, privo della tempra che serve negli affari, specie nel mondo del calcio (“Campedelli? L’è trop bòn”). Lo stesso Aletti, nel passaggio più godibile dell’intervista concessa a Cesenainbolgia, raffigura Igor come un tenerone, facendo capire tra le righe che nell’A.C. Cesena mancava un duro, uno con le palle, uno tipo lui. Il fatto che Igor è buono è diventato presto un luogo comune e tutti hanno cominciato a chiedersi come abbia fatto uno così a farsi strada: inizialmente si è favoleggiato su una vincita al Superenalotto, a cui è seguito il dubbio che non abbia un soldo. Da tempo circolano ipotesi su chi abbia alle spalle. Chi coltiva l’arte dell’invidia, chi ha interesse a metterlo in cattiva luce o a mostrarlo in bilico, sul punto di mollare, lo chiama il “plastichino”. Ai pettegolezzi lui reagisce minacciando candidamente querele e continuando a vestire casual. Si concede una debolezza: la passione per la lingua inglese – non l’inglese di Melville o Joyce, ma l’inglese del “management”, dell’iniziativa “Friends”, tradendo il perdonabile provincialismo di coloro che, sacrificati in questa lontana periferia, amano far credere di sapere come va il mondo. Il plastichino può contare su un paio di ottimi argomenti: 1) ha vinto due campionati di fila; 2) i suoi soci, Aletti e Mancini, hanno assai meno appeal di lui. Delle sue ambizioni imprenditoriali, si sa che vuole costruire una cittadella dello sport. Delle sue ambizioni sportive, non si sa nulla.
D come diritti TV, debiti, disinformazione. La nuova norma sulla contrattazione collettiva colma almeno in parte un gap inaccettabile fra grandi e piccoli club e corregge una stortura, riaffermando il valore del campionato (a meno che non si trovi eccitante un torneo a tre, disputato solo da Milan, Inter e Juve e giocato a oltranza, all’infinito tra queste squadre). Considerando anche gli “spiccioli” provenienti da sponsorizzazioni, merchandising, botteghino, cessione dei diritti ad altre piattaforme, ecc., sull’A.C. Cesena pioveranno parecchi milioni euro. Come sarà impiegato tutto questo denaro? E qual è, oggi, la situazione finanziaria del Cesena? A quanto ammonta il debito? Parte di quei soldi sarà destinata a estinguerlo? E il resto, che fine farà? Ci attendono, come al solito, fiumi d’inchiostro sprecato in bombe di mercato. Chissà che una mattina un giornalista non si svegli con la voglia di lavorare e vada a porre al presidente queste domande.
E come entusiasmo. Noi del Cesena.net abbiamo alle spalle una storia decennale iniziata all’indomani della seconda retrocessione in C. Adesivi, volantini, manifesti, cartoline, striscioni e mille iniziative che dal Web si sono propagate allo stadio, nei negozi, nei bar, sui muri della Romagna. Una marea di materiale intriso di analisi e di retorica con un obiettivo – mandare via una società stanca e perdente – e una convinzione: sarebbe bastato poco a questo territorio per riaccendere l’entusiasmo attorno al Cesena. Nel maggio 2001 c’erano 2500 tifosi ad Arezzo – un corteo di auto e corriere targate FO, BO, RA salutato da bandiere bianconere esposte su balconi e finestre lungo la provinciale di San Sepolcro – per una partita in cui ci si giocava una remota possibilità di accedere da quinta classificata ai playoff di C. E’ bastato l’arrivo di uno che non ha mai fatto promesse, né investito denaro, per stappare la botte, liberare l’entusiasmo, resuscitare la magia del Cesena. Dai 2500 di Arezzo ai 4000 di Verona, ai 7/8000 di Piacenza.
F come fallimento. Quando, dopo due deludenti stagioni di C e le gestioni Tazzioli-De Vecchi-Cuttone, nell’estate 2002 arrivò Foschi a “dare una mano”, il “consulente esterno” precisò che non era il caso di farsi illusioni, che lui era qui “per evitare il fallimento”. Abbattuto il tabù – parlare di fallimento – da quella che allora era considerata la fonte più autorevole (la curva esibì lo stendardo “Rino Foschi uno di noi”), lo spettro del tracollo finanziario ha cominciato ad aleggiare sul Cesena, evocato sia dai dirigenti per tenere a freno la frustrazione dei tifosi, sia come auspicio dai tifosi che non volevano rassegnarsi al modesto profilo della vecchia gestione (“Meglio l’Eccellenza di questa dirigenza”), sia, un po’ da tutti, per semplice passione catastrofista. Di fallimento si è smesso di parlare solo il giorno dopo la promozione in A. Se ne tornerà a parlare dopo la prima sconfitta.
G come Giaccherini. Quando si pensa al Cesena prende forma la maglia bianconera e un giocatore che lo indossa. Quest’anno quella maglia l’ha indossata Giaccherini, miracolo tecnico-agonistico di un metro e 60, esterno, seconda punta, mezzala di energia inesauribile, testardo e commovente nel cercare mille volte l’uno contro uno sulla fascia o in mezzo al campo, dal primo al 90°, anche nelle giornate in cui non ne va bene una, e poi vederlo chiudere su un avversario in difesa. Quello a cui davi il pallone nella speranza che ti inventasse qualcosa; quello a cui davi il pallone, nei minuti di recupero, perché era l’unico che ne aveva ancora da spendere. Otto gol su azione, un profluvio di assist, eppure un’aria semplice, lontana dallo stereotipo “auto di lusso-veline”.
H come Hubner. Cosa c’entra Hubner? Niente, ma con la H non veniva in mente altro e un ricordo del Bisonte fa sempre piacere. Nell’intervallo di Cesena-Gallipoli, lamentando la mancanza di un bomber, nei distinti centrali, in coda davanti al chiosco del bar, in tre o quattro si ritrovarono a domandarsi: “Ma se là davanti ci fosse Darione?”. Non quello di allora, no; quei tre o quattro, nel fare a spallate per guadagnare posizioni in mezzo alla ressa, parevano d’accordo sul fatto che sarebbe andato benissimo quello di oggi, ultraquarantenne, intossicato dal tabacco, per tentare di scardinare con un gol di destro, di sinistro, di testa, di spalla, di stinco, di schiena, al volo, in mischia, in contropiede, con un pallonetto o in qualche altro modo la difesa dei salentini.
I come imprenditori. Anni fa Nerio Alessandri, in visita a una scuola, si sentì chiedere da un ragazzino: “Ma perché con compra il Cesena?”. L’uomo di Technogym si limitò a rispondere: “In serie B non c’è il business”. L’anno scorso Igor Campedelli, interrogato dai tifosi in merito alla questione Cesena-imprenditori, ha rievocato il leit motiv in voga da metà degli anni 90: quello delle “porte aperte”. Va riconosciuto all’attuale presidente di aver detto qualcosa di più, cioè che cederebbe l’A.C. Cesena a imprenditori locali rimanendo, possibilmente, in carica come presidente. Ambizione legittima, dopo una doppia promozione, gli ottomila e rotti abbonamenti di quest’anno (seconda piazza alle spalle del Torino, che ne ha sottoscritti pochi di più), le oltre diecimila presenze medie in casa (soglia superata in B solo nel 1972/73 e nel 1980/81), le migliaia di tifosi in trasferta. Traghettando il Cesena dai Lugaresi agli imprenditori, Campedelli completerebbe il suo capolavoro.
L come Lugaresi. All’indomani della conquista della massima serie dopo 19 anni, un pensiero va al vecchio Edmeo, augurandogli di campare altri cent’anni, sia per l’affetto che gli si deve, sia perché non vorremmo trovarci nell’imbarazzante posizione di contrastare tenacemente l’imbecille che lancerà l’idea di intitolare lo stadio alla sua memoria, cambiando nome al Dino Manuzzi. Bravo, o furbo, o fortunato, o preveggente, chi sa abbandonare il timone al momento giusto, da vincente o comunque da eroe, lasciando rimpianti e non livori, prima che il rapporto si logori. Se questo può valere in parte per i giocatori, vale in misura maggiore per gli allenatori – Castori a Cesena è stato più amato di Bisoli o Cavasin, eppure è un nome su cui oggi la piazza si dividerebbe – e vale ancora di più, molto di più, per i dirigenti. Specialmente, nel nostro caso, se sono di Cesena.
M come mascotte. Usate come richiamo per ragazzini e famiglie, negli stadi hanno cominciato ad apparire le mascotte. Ma l’unico, vero richiamo è la potenza simbolica del calcio, la sua impareggiabile capacità di unire, lo spettacolo della curva come un monolite di migliaia di corpi, i colori della maglia come cemento di quell’unità, l’attacco e la difesa in campo, la battaglia, i rumori dello stadio, la gioia e la disperazione condivise. E’ tutto questo che cattura, non un tizio vestito da clown che fa il giro del campo. Per vedere quello si va al circo, mentre allo stadio un bambino si rende subito conto che il calcio è qualcosa di maledettamente serio. Tra il primo e il secondo tempo di Cesena-Ancona, noi sotto di un gol e con cattivi presagi ad aleggiare sul Manuzzi, il pupazzo ai bordi del campo che saltellava esultando con le braccine non aveva la benché minima attrattiva. Era anzi antiestetico, quasi irritante, come lo è qualsiasi cosa che appare del tutto fuori luogo.
N come nervi scoperti. Con il passaggio di consegne al vertice della società il livello di suscettibilità dell’A.C. Cesena si è impennato. Agli attuali dirigenti non bastava la fisiologica ritrosia dei giornalisti a porre domande e hanno provveduto a garantirsi, nei rapporti con l’informazione locale, una sorta di reciproca indifferenza mostrando un po' i muscoli. Ci siamo così sorbiti siparietti quali gli ostracismi di Campedelli verso testate locali e singoli giornalisti, la querela di Aletti a un tifoso, oltre al via vai di collaboratori, alle vicende del “caso Viocar” e dell’auto sfregiata a Mancini, fino alle sparate di Cellino. Il clima psicologico attorno al Cesena ricorda la morfologia del terreno dopo un terremoto: a due anni dalla prima scossa, la più violenta (il ricambio societario), sono tutt’altro che cessate le scosse di assestamento. In due anni il nuovo A.C. Cesena, nonostante i successi, non è riuscito a trasmettere un’idea di solidità e serenità e c’è da chiedersi se potrà sopravvivere al primo campionato fallimentare.
O come ombra. L’ombra fatta da Bisoli in questi due anni a calciatori, DS, dirigenti del Cesena. E’ stato lui il protagonista del doppio salto, lui a forgiare un gruppo che lo ha seguito con cieca fiducia, lui a trasformare giocatori normali in campioni. A lui la curva ha dedicato cori e lui, a fine gara, andava a metà campo a raccogliere l’applauso di tutto lo stadio. Per l’unanimità dei tifosi, senza Bisoli non saremmo mai arrivati dalla C alla A. Non è azzardato pensare che un uomo capace di attirare su di sé ogni merito possa aver suscitato invidie, specie in una società giovane e non del tutto sicura di sé. Come non è azzardato pensare che il divorzio sia stato in fin dei conti consensuale, che nell’A.C. Cesena qualcuno mal sopportasse il carisma di un personaggio così ingombrante e ne abbia accolto con sollievo la partenza.
P come progetto. Campedelli parla spesso di “progetto”, ma esiste un progetto nell’A.C. Cesena? Forse un progetto economico – valorizzare giovani e venderli –, ma non un progetto sportivo. Un progetto sportivo infatti guarda più in là di una sola stagione e si costruisce con una guida tecnica e un gruppo di giocatori. Qual è il progetto sportivo di un presidente che fa firmare agli allenatori contratti di un anno? Abbiamo ipotizzato che Bisoli sia andato via un po’ perché qua non aveva altro da seminare, un po’ per una mal digerita tendenza al protagonismo. In merito all’addio, sappiamo solo cos’abbia detto Bisoli a Campedelli, ma cos’ha detto Campedelli a Bisoli? “Mister, ecco pronto un triennale. Ti diamo più soldi di quanto ti offre il Cagliari. E in questi tre anni puntiamo a qualcosa di più della salvezza”... Bisoli, certamente, non si è sentito dire questo. Salutato l’uomo del doppio salto, l’unica certezza espressa da Campedelli nei giorni della scelta del nuovo allenatore è che fra le parti sarebbe stato sottoscritto un contratto annuale. E così è stato.
Q come querele. L’episodio più singolare di questi due anni? La querela per diffamazione del vicepresidente Aletti a un tifoso che sul forum del Cesena.net gli aveva dato del mafioso. Vale la pena notare che se venissero denunciati tutti coloro che abusano di appellativi del genere allo stadio, in piazza o su Internet indirizzandolo verso arbitri, guardalinee, procuratori, presidenti di club, dirigenti di Lega o FIGC e, al di fuori del calcio, verso manager privati, amministratori pubblici, politici che siano deputati o senatori piuttosto che assessori o ministri, per non dire presidenti del consiglio, decine di milioni di italiani dovrebbero comparire davanti a un giudice. Della vicenda non si è saputo più niente, a parte il fatto che quel tifoso non si è mai più fatto vivo in una discussione pubblica online sul Cesena. Né quindi si sa come nascano certe voci – che, per spazzare dubbi su chi guida la nostra squadra, ci imponiamo di pensare frutto di fantasiose maldicenze.
R come responsabile area tecnica. Non è che in Romagna una bella mattina, così, di punto in bianco, la gente si è svegliata con il fermo proposito di odiare Minotti. L’ostilità verso il neoresponsabile dell’area tecnica ha ragioni precise: si fonda sulla convinzione che nella sua pur brevissima esperienza a Cesena – appena un anno e mezzo – sia riuscito nell’impresa di entrare in contrasto sia con Castori, sia con Bisoli. Il motivo delle tensioni è intuibile: l’ex DS voleva essere presente nello spogliatoio, dire la sua, coltivare rapporti paralleli con i giocatori, ritagliarsi fette di potere, condizionare le scelte. Ora, prudentemente, Minotti ha indicato per la panchina un suo “amico”. A Campedelli, secondo il quale la figura del DS è superata, vorremmo chiedere: cosa deve fare, esattamente, un “responsabile dell’area tecnica”? Quali sono le sue mansioni e quali quelle dell’allenatore? I confini fra i due ruoli sono ben distinti o sfumati? I giocatori sapranno con certezza chi comanda?
S come speaker e spettacolarizzazione del calcio. Durante un Cesena-Frosinone di tre anni fa a un gol del Cesena lo speaker gridò: “Daaa-viii-deee...”. E lo stadio: “Mo-scar-del-liii...”. Il gol l’aveva segnato Ferretti. Molti di coloro che avevano fatto eco allo speaker, se non tutti, si erano resi conto dell’errore, eppure l’importante era liberare l’urlo, seguire a ruota l’altoparlante. Da allora sono stati fatti passi avanti: il nome del bomber viene ripetuto tre volte dopo aver infiocchettato una breve presentazione e battezzato un nomignolo. Il prossimo anno, magari, il soprannome verrà enunciato già al momento delle formazioni (“Mi-laaan ‘Il-Gigante-Buono’ Dju-riiic...”), in attesa del giorno in cui lo speaker, parte integrante dello spettacolo, si renderà protagonista di esibizionismi vocali degni dei telecronisti sudamericani coinvolgendo nelle sue performance i tifosi, in una deriva che ricorda un po’ l’estetica del cattivo gusto del wrestling e i sermoni delle congregazioni evangeliche americane.
T come tessera del tifoso. La decisione di introdurre la tessera del tifoso – carta di fidelizzazione indispensabile per sottoscrivere abbonamenti e acquistare biglietti in trasferta nei settori ospiti, preclusa a chi è sottoposto a Daspo o abbia avuto condanne per reati legati a manifestazioni sportive – porterà negli stadi italiani gravi problemi di sicurezza. Molti gruppi ultrà ne rifiuteranno infatti l’acquisto, sia per solidarietà verso i compagni “diffidati”, sia perché considerata uno strumento della “moderna” tendenza a vedere nel tifoso un consumatore-cliente. Gli ultrà privi di tessera, tuttavia, non rinunceranno a seguire la squadra in trasferta: semplicemente, acquisteranno i biglietti in altri settori. Nei distinti centrali degli stadi, forse in tribuna, confluiranno così decine, centinaia di tifosi ospiti, molti dei quali ultrà, disseminati a gruppetti fra i tifosi di casa, magari a contatto con ultrà locali. Una situazione esplosiva in cui basterà un niente per accendere la miccia. Ai primi assalti, alla prima partita sospesa per incidenti, ai primi feriti – non necessariamente ultrà, ma padri, madri, figli –, il Viminale adotterà misure d’emergenza, prevedibilmente negando l’accesso allo stadio ai non residenti privi della tessera. A quel punto a pagare il prezzo più salato saranno state quelle “famiglie” che una norma tragicamente miope si proponeva di proteggere.
U come uncorrect (politically). Diciamo qualcosa di impopolare: il Cesena quest’anno non ha messo in mostra un calcio spettacolare, e nemmeno un bel calcio. I punti di forza della squadra sono stati lo spirito di sacrificio e la disciplina tattica – che hanno garantito una straordinaria solidità difensiva – e il carattere, la compattezza del gruppo, la determinazione a raggiungere l’obiettivo (le ultime cinque partite hanno coinciso il ciclo di vittorie più lungo dell’intera gestione Bisoli), ma il bel gioco, il possesso di palla imposto all’avversario si sono visti solo a tratti: a Gallipoli, Torino, Frosinone, in casa con il Vicenza e in poche altre circostanze. Spesso, il gioco l’abbiamo subito. Lo spettacolo quest’anno è stato frutto di iniziative individuali: le bombe di Do Prado, gli affondi di Schelotto, le serpentine di Giaccherini, i gol di Malonga.
V come virgiliani. Un saluto va speso per i tifosi del Mantova, dai quali ora ci separano due categorie, sia per l’amicizia fra le due curve, sia per i sei punti portati a casa dal Cesena, immeritatamente, nel doppio confronto. Che sarebbe stato un anno storto per loro lo si capì dallo 0-1 dell’andata, il 15 novembre, allorché persero una partita dominata dal primo al 90° dopo aver fallito varie palle gol e due rigori. Paradossi del calcio: è retrocessa in Lega Pro la squadra che più di ogni altra ci ha messo sotto sul piano del gioco. Il Mantova salì in B nel 2005 centrando subito un piazzamento playoff ed esibendo un gran calcio. In questi anni Lori è stato uno dei pochi presidenti cadetti a investire denaro, ingaggiando i vari Corona, Godeas, Fiore, Locatelli, Carrus per inserirli in un gruppo rodato. Lori, uno dei pochi ad averci provato, quest’anno ha alzato bandiera bianca, ammettendo di non avere più soldi da mettere nel Mantova.
Z come ripartire da zero. Dopo due anni vissuti come un anno solo, come un campionato solo, come un’unica, travolgente corsa verso la A, con lo stesso allenatore, lo stesso spirito, gli stessi uomini, è venuto il tempo di riavvolgere il nastro come se niente fosse successo. Questo, sia perché ci sarà una nuova guida tecnica e dunque un Cesena diverso, sia perché per la prima volta non si può realisticamente immaginare di lottare per le prime posizioni. Le docce fredde dell’addio di Bisoli, del ritorno di Minotti, dell’arrivo di un allenatore suggerito da quest’ultimo, Ficcadenti, sforzandoci di vedere il bicchiere mezzo pieno potrebbero rivelarsi salutari. Dopo la festa promozione, dopo aver coltivato per giorni sogni di gloria, siamo tornati tutti con i piedi per terra. Ma, ripetiamolo, sforzandoci di vedere il bicchiere mezzo pieno.
Marco - 6/2010
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